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Natura sensitiva e i balsamici degli dei


Design: Martina Morreale

Puntata 1

Profumo: «dal lat. PRO innanzi e FÚMUS fumo nel senso di vapore che si espande. Fumo odoroso di cosa che si abbrucia o che si fà bollire»1
Fumo: «Vapore che esala dai corpi che bruciano o che sono caldi, si spande in forma di nube per l’aria e vi rimane per poco tempo sospeso»2

Il rituale di bruciare aromata è antico quanto l’uomo. Impregna gli ambienti del sacro, le stanze della quotidianità di un certo tipo di aristocrazia e regalità e le farmacia antiche di Egiziani, Minoici, Micenei, Fenici, Ebrei, Greci e Romani.

Le prime vie di commercio internazionale si sono sviluppate grazie al trasporto di profumi, tra Oriente e bacino del Mediterraneo, dando forma alle vie carovaniere d’Arabia, a missioni esplorative di cacciatori di piante (> Viaggio con paesaggio e la regina Hatshepsut) e missioni di conquista.

Dal tempio al banchetto, dal talamo nuziale alla sensualità e vanità di donne dalla seduttività consapevole, l’amore per i balsami degli dei ha accompagnato l’evoluzione umana.

La sacralità del profumo
Arrivare agli dei pro fumo

Il legame con la sfera del sacro e l’atto del bruciare cerimoniale è visibile in molte derivazioni etimologiche: ambrosia viene da ambrotos “immortale”, thymiamata, “aromi da ardere” connesso con thymiao, l’atto del bruciare, e thyo, fare fumo e l’offerta di sacrifici. Alla stessa radice sono imparentati thymiateria “altari”, thysia “sacrificio”, thymiasis, l’atto del bruciare, thya o thyia per la pianta dal legno balsamico. Invece incensum deriva dal verbo incendo, “metto a bruciare”.3
Infatti, era proprio attraverso il fumo che i sacrifici raggiungevano gli dei: per fumum o pro fumo.

Gli antichi dei antropomorfi erano particolarmente sensibili agli odori, trasversalmente, in tutte le culture antiche.
Nel tempio della Dea Luna, nell’antica città di Mar’ib, nello Yemen, capitale del regno di Saba, era vietato offendere la dea presentandosi nel tempio dopo aver mangiato aglio o cipolla. Alcune tavolette raccontano di quando due pellegrini osarono “pregare nel suo tempio dopo aver mangiato cipolle ed erbe puzzolenti”4. La punizione fu estremamente severa, al pari di quelle dedicate ad azioni ben peggiori, come ad esempio la sodomia.
Il contrasto tra “odore del mostro” e buon odore, associato invece a dei ed eroi, siano essi femminili o maschili, è specificatamente tematizzato nella cultura greca. Nel primo caso si parla di disosmia che era anche il puzzo dell’Ade e dell’Averno, di creature orrende come le Erinni, le Arpie e la Chimera,
associato alla putrefazione e alla morte. L’euodia, ovvero il buon odore, era costantemente legato a eroi e dei, indizio di “santità” (non è un caso che nel Medioevo i santi si definivano “in odore di santità”)5.

In alcuni casi il profumo era uno dei modi per leggere e interpretare la volontà divina. Un tale forma di divinazione era detta libanomanteia e sembra che tra i primi a divinare con l’incenso fu, nel VI secolo a.C., il filosofo Pitagora.

Inoltre nel mondo omerico, spesso anche per preservarle, le statuette e statue degli dei venivano impregnati con fragranze e balsami o ricoperti di tessuti imbevuti o trattati con oli odorosi, cosicché acquistassero un grado particolare di lucentezza e profumo.

La quotidianità
La tomba e il talamo

I profumi e le essenze erano, inoltre, un ingrediente essenziale delle cerimonie funerarie e nuziali.
Gli Egizi non solo presentavano la vittima sacrificale ripiena di panni ripuliti, miele, fichi, uva secca, incenso e mirra, ma in quest’ultime immergevano anche le loro mummie, preoccupati per l’odore del defunto nell’aldilà.
L’abitudine di ungere e purificare con oli essenziali ed essenze fragranti i corpi degli estinti, prima di essere deposti nella tomba, era una consuetudine attestata in diversi passi anche del mondo omerico. Il corpo sembrava così riacquistare vita: insieme al colorito, infatti, è l’odore a essere l’altra grande indicazione di vitalità. In alcuni punti dell’Iliade, l’unzione del corpo, quasi un rito magico di protezione, sembrava essere il modo con cui le divinità salvavano i corpi dei loro eroi dallo scempio.

Nei riti nuziali i fumenti odorosi e le profumazioni avevano un ruolo altrettanto importante dei riti sacri o funerari, tanto che i Babilonesi, ad esempio, erano abituati a “congiungersi alle loro spose immersi nei fumi dell’incenso”6.

Lo specchio

L’uso del profumo non era appannaggio di sacerdoti e dei o relegato a pratiche specifiche, ma anche un’abitudine quotidiana di re e regine, senza distinzione di sesso, sia estetica sia medica.
“Nel Mediterraneo dell’Età del Bronzo, dal mondo mesopotamico fino all’Egitto, l’uso di unguenti e sostanze profumate è una delle componenti principali dell’igiene personale e della cura del corpo”7
È difficile distinguere con certezza, per mancanza di documentazione, tra prodotti con funzione estetica e unguenti per utilizzi farmacologici. Per i Sumeri, ad esempio, l’essenza odorosa aveva esattamente un ruolo a metà tra l’estetico e il farmaceutico. Gli Egiziani, all’epoca dei Faraoni, erano celebri per l’uso massiccio di balsami fragranti, sia con finalità cosmetiche sia mediche.

Nel III e II secolo a.C., i re degli Assiri usavano spezie e oli aromatici per profumarsi, come pratica estetica quotidiana. Per questo Assurnasirpal e Sennacherib coltivavano in giardino cedri, cipressi, terebinti.
Catone consigliava di coltivare in giardino tutto il necessario da farne corone di fiori e aromi speziati.
I Persiani erano famosi per il loro amore verso lusso e profumazioni, a tal punto che la loro capitale, Susa, prendeva il nome da souson, in greco “giglio”. I sovrani, che vivevano tra Persepoli e Babilonia, portavano sulla testa un copricapo fatto da mirra e labyzos – un’ essenza soavemente profumata, più preziosa della mirra – tra lettighe, centinaia di concubine, sonni diurni e notti insonni per cantare e suonare, troni d’oro massiccio e vestiti preziosi.
Alessandro Magno, imparando dai Persiani, faceva bagnare il pavimento di pregiate essenze e di vino profumato, bruciando davanti a sé incenso e altri aromi. Era, a quanto pare, affetto da una vera e propria “profumomania”, tanto che alcune sue campagne di conquista, come quella in Arabia, avevano come obiettivo primario l’assoggettamento di zone famose per le loro essenze odorose o spezie.
Da Alessandro Magno la moda per le profumazioni ebbe una veloce impennata. Caligola si lavava in oli profumati caldi e freddi, Eliogabalo faceva il bagno nell’acqua insieme a essenze rare e a balsamo di croco.

Nonostante questa trasversalità tra i sessi nell’utilizzo, per cui era pratica di bellezza sia di eroi e sovrani sia di principesse e regine, il profumo era un complemento immancabile e specifico della toilette femminile. In particolare, nel mondo greco diventò un’arma, tipica della donna, usata in battaglia, più potente di scudi e spade.
Strettamente connesso con la seduzione erotica consapevole, avvolto da un’aura di mistero ed esotismo per la provenienza lontana e mitica, l’effluvio aromatico è essenziale nella forma di questa seduttività armata, a sua volta cardine nella trasformazione da parthenos (vergine) a nymphe (sposa). Olfatto e vista mostrano quando un corpo e la personalità femminile si fanno adulte e sottilmente sensuali, non più inconsapevoli, e dirompenti.
«Le vesti sontuose e decorate, insieme a collane e bracciali, orecchini, sandali belli, cintura e trasformazione dei capelli, segnalano il nuovo statuto, coprendo il corpo femminile di una nuova panoplia di armi della seduzione. I profumi divengono, a loro volta, un’altra “veste” della nymphe, ne circondano il corpo»8.
In questo senso si parla di seduzione erotica consapevole, perchè «La euodia segnala il nuovo statuto della nymphe»9, cosciente delle proprie abilità e possibilità.
Il potere della seduttività armata corrisponde alla charis (la grazia), un privilegio condiviso solo da una certa aristocrazia con il mondo dell’Olimpo.
Compare in alcuni passi dell’Iliade, dove la descrizione delle tappe dell’allestimento dell’armatura languida e sinuosa è composta sulla falsariga della “vestizione del guerriero”.
«(…)  in entrambi i casi l’esito finale è la trasformazione in daidala dotati del privilegio della charis, percepito da un osservatore esterno, in primo luogo, come luce, bagliore e riflesso cangiante. L’analogia tra armi della seduzione e armi della guerra si estende anche alle relative “vittime”, che divengono tali anche per gli effetti della seduzione, in considerazione delle caratteristiche che la cultura greca arcaica assegna al modo di operare di Eros e di Afrodite. Esso si manifesta sulla “vittima” attraverso i sintomi della malattia e della follia; all’individuo sedotto si sciolgono le ginocchia nello stesso modo in cui si abbatte un guerriero colpito dall’asta nemica»10.

A volte, quando slegata da questa metamorfosi in sposa, la fascinazione femminile diventa estremamente pericolosa: l’incontro di Calypso con Hermes o la rappresentazione di Circe sono momenti letterari e culturali in cui la seduttività non è funzionale al matrimonio, ma distruttrice. L’eros e la seduttività non sono integrate nelle regole della polis, attraverso il passaggio in donna del vulcanico erotismo virginale.

Il simposio

In particolare, dal VII a. C. in poi il banchetto e il simposio divennero il regno incontrastato del profumo.
Un rituale specifico scandiva il susseguirsi dell’alternanza di profumi, resine odorose, corone di fiori, oli aromatici e spezie, con la semplice funzione che ben si adattassero ai sapori del cibo, esaltandoli.
Si versava l‘essenza sul petto dei convitati, la sede del cuore. I servi cingevano il capo dei commensali con corone di fiori fragranti e offrivano loro del profumo in una coppa. Nel centro della sala, su un altare, bruciava l’incenso, mentre su una mensa erano predisposti cibo e vino. Preghiere e offerte agli dei erano il primo gesto dovuto, dopodiché canti e danze accompagnavano il convivio.

I racconti di banchetti e feste “profumate” memorabili sono numerosi e svariati.
Si diceva che in quelli romani, durante il pasto, alcuni schiavi bagnassero colombe in grandi ciotole d’acqua e olio profumato, per poi farle volare sopra le teste degli ospiti. Il battito delle ali avrebbe nebulizzato acqua profumata ovunque.
Demetrio Falereo (345-282 a.C.), ricordato per le spese destinate ai banchetti, faceva piovere dal soffitto enormi quantità di essenze profumate.
Nel 166 a.C., a Dafne, Antioco IV Epifane, re di Siria, organizzò giochi i cui atleti si ungevano con olio di cannella e nardo, di enante, maggiorana e iris e infine olio di croco attinto da recipienti d’oro. Aveva l’abitudine di andare nei bagni pubblici e distribuire ai presenti costosi oli profumati.
Più in generale, in Siria, durante i simposi di corte, i servitori erano soliti distribuire preziose essenze babilonesi, bagnando con essi le corone degli invitati.
Lucano racconta di come Cleopatra ammaliò Cesare, dopo la notizia della morte di Pompeo: la bella sovrana preparò un sontuoso banchetto, tra “marmi, ebano, pietre preziose, avorio, gusci di tartaruga riccamente decorati, tappeti color porpora, una miriade di schiavi”, presentò convitati con corone di foglie di nardo e rose fresche e nobili con capelli bagnati da essenza di amomo fresco e di cannella dell’Arabia e dell’Etiopia.
Si racconta che Caligola (37 -41 d.C.) bevesse perle preziosissime sciolte nell’aceto e servisse ai convitati pani e pietanze d’oro.
Nerone (54-68 d.C.) aveva fatto costruire sale da pranzo con il soffitto a cassettoni mobili di avorio, da cui cadevano petali di fiori e un sistema di tubi per nebulizzare profumi sui convitati, la “pioggia profumata”.
Eliogabalo (218 e il 222 d.C.) aromatizzava il vino “rosato” con polvere di pigne, spargeva rose, gigli, viole, giacinti, narcisi su triclini, letti, porticati, faceva piovere dai soffitti viole e altri fiori, nell’acqua delle piscine per i convitati versava vino, aromatizzato alla rosa e all’assenzio, insieme a petali di rosa, bruciava nelle lampade resine odorose e preparava bagni caldi a base di olio di nardo.
Infine Caio Plozio Planco venne scovato dai soldati che lo uccisero proprio grazie alla scia di profumo che lasciava dietro di sé.

Ovviamente una tale attenzione per le essenze, spinse medici e pensatori a proporre quali profumi fossero adatti e quali non adatti a un banchetto: corone di alloro, di mirto, di rose, di mela cotogna, di enante, di serpillo, di croco, di mirra, di nardo e fieno greco erano perfetti, inopportune invece le corone di violette bianche. Sulla maggiorana dipendeva.
La nascita delle corone di fiori, racconta il Plinio il Vecchio, sembra fossero nate con Catone. Tra III e II secolo a.C. invitava a coltivare nei giardini anche le piante i cui fiori erano adatti a questo scopo.
All’inizio erano più spoglie, fatte, per i giochi sacri, da rami di albero intrecciati. Con il pittore Pausia e la fioraia Glicera si trasformarono in opere composte da diversi colori e profumi. Subito di successo, si diversificarono enormemente: corone egizie, invernali, formate da trucioli di corno e intrecciate con fili di bronzo, d’oro o argento, poi di rose o di petali cuciti insieme, di spezie preziose come foglie di nardo dall’India e infine impregnate di profumi preziosi.

I luoghi e le vie del profumo

Nel Mediterraneo sembra che “l’olio profumato fosse uno dei principali prodotti di esportazione, in cambio di (…) materie prime, come oro, argento, avorio”.
Fu proprio il commercio di profumi a dare una forte accelerazione agli scambi commerciali.
Le più importanti zone citate dalle fonti sono Cipro, Arabia, India, Egitto e la terra dei Trogloditi, ma anche Siria, Giudea, Etiopia, Libia e Cirenaica.

Cipro
Luogo sacro ad Afrodite, sua protettrice, era detta, “l’isola dei profumi”. Ha la stessa radice di kypros/henna e il kyparissos/cipresso.
Punto focale del traffico commerciale tra Oriente e Occidente, Cipro era già famosa in tempi antichi per la sua produzione di essenze e oli aromatici, spezie e profumi. Tale premura verso i balsami odorosi nasceva e si sviluppava proprio per l’importanza del culto per Afrodite, detta la signora di Cipro, Cipride, Idalia e dea di Pafo, a cui venivano sacrificate non solo vittime, ma a cui si dedicavano libagioni di profumi, mirra pura, incenso e miele.

Arabia
Era
il luogo di produzione delle profumazioni per eccellenza, tanto da definirla “l’ultima delle terre abitate, che profuma di divina dolcezza”11.
Esportava cassia, cannella, ledano, incenso e mirra,
il monopolio delle quali era detenuto dai “Regni carovanieri” che si spostavano sul dromedario, la cosiddetta “nave del deserto”12.
I racconti mitologici sul luogo sono molti: del ledano, per esempio, la raccolta sembrava essere molto difficile per la presenza di serpenti alati, guardiani degli alberi di incenso.
Diodoro Siculo racconta di come, per l’enorme quantità, la gente del luogo bruciasse essenze pregiate come legna per il pane o per farne giacigli. In particolare, nel regno di Saba, si raccontava di come quasi tutti gli oggetti, le colonne degli edifici e i piedi delle sedute, fossero ricoperti di oro, argento, pietre preziose o avorio, proprio per il quantitativo abnorme di aromi esportati.
Fu uno degli obiettivi delle spedizioni militari di Alessandro Magno e, insieme alla Siria e all’India, una delle regioni con maggiori produzioni di essenze aromatiche.

India
Seguendo i racconti antichi, produceva lino, perle preziose, cannella, nardo, calamo aromatico, chiodi di garofano, pepe, legno di ebano, bdellio, la radice di costo, dal profumo portentoso e piccante, l’amomo, la mirra, il malabatro, a cui vanno aggiunti incenso, clamao aromatico e altro.
Anche sull’India nascevano storie e miti: secondo Ctesia di Cnido esisteva una pianta in grado di emanare il suo profumo fino a 5 stadi di distanza, ovviamente appannaggio dei re locali. I sovrani vivevano nel lusso e quando decidevano di mostrarsi in pubblico, i servi versavano sulla loro strada profumi di ogni sorta da coppe d’oro e d’argento.

Il paese dei Trogloditi
Divisi dall’Arabia dal mare, producevano mirra, incensi e pseudocassia, cannella, zenzero, mirabolano.

Africa
Produceva iris galbano, giunco odoroso ed enante dalle cui foglie si produceva il massaris.

Egitto
Produceva mirabolano, incenso, palma profumata chiamata “adipso”, il muschio profumato , l’albero dell’henna e l’albero dell’aspalato con la sua radice odorosa.
Inoltre, della zona era tipica e citata una speciale palma detta “balano” i cui i frutti regalavano un olio usato come base nella produzione di profumazioni. Era rinomata anche una specie di Acacia con i suoi frutti e la sua resina. Si diceva che fosse straordinario il profumo emanato da varie specie di fiori e piante, tra cui il mirto e che rose, garofani e altri fiori sbocciassero due mesi prima rispetto agli altri Paesi.

Inoltre, erano rinomate le sue essenze artificiali, di cui il centro di produzione e lavorazione era Alessandria. I nomi dei profumi egiziani che ci sono rimasti sono Aigyption, Psagdas, Mendesium, Metopium.

Esiste tuttavia un ultimo aspetto di grande interesse riassumibile nella definizione di “paesaggio della seduzione”.
Non possiamo svelarvi tutto ora, sarebbe… poco seduttivo.

Alla prossima puntata!

Note:

Fonti:
“Le lacrime di Mirra: Miti e luoghi dei profumi nel mondo antico” Giuseppe Squillace (il Mulino, 2015)
“Nel giardino del diavolo: Storia lussuriosa dei cibi proibiti” Stewart Lee Allen (Feltrinelli, 2005)
“Archeologia e analisi chimica dei profumi archeologici: uno status quaestionis” Dominique Frère, Nicolas Garnier
“Aromi di palazzo: per un’archeologia dei profumi nell’Egeo dell’Età del Bronzo” Massimo Cultraro
“Da Mārib a Gaza. Profumi d’Arabia e rotte carovaniere: fonti epigrafiche ed evidenze archeologiche dal paese dell’incenso” Romolo Loreto
“Profumi e fragranze. Armi e paesaggi della seduzione in Grecia” Mauro Menichetti
in “I profumi nelle società antiche. Produzione, commercio, usi, valori simbolici” a cura di di Alfredo Carannante e Matteo D’Acunto (Pandemos, 2012) da academia.edu
“Fiori e piante di Afrodite in Grecia” Claudia Lambrugo
in “Dei e piante nell’Antica Grecia. Riflessioni metodologiche, Efesto, Demetra in Grecia, Magna Grecia e Sicilia, Kore Persefone, Ecate, Apollo, Afrodite, Giampiera Arrigoni (Sestante Edizioni, 2018) da academia.edu
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