Natura sensitiva e Violetta, la “Prima vera” di Parma
Maria Luigia d’Asburgo

di Antonella Fontana
Appassionata di aromaterapia e storia della profumeria

Sta arrivando. Bella, estroversa, solare, ma lunatica e imprevedibile.
La primavera, stagione di colori, vento e profumi: rosa, mughetto, fresia, magnolia e… viola.
Già, l’aulentissima viola, un’immagine che fa pensare subito a Parma, rinnovata capitale italiana della cultura 2021, e alla sua mitica violetta.

In Francia

Fiore dalla lunga storia e dalla forte simbologia, già utilizzato nella Grecia antica e nel Medioevo. Nella Francia di Enrico IV, la violetta era coltivata nei giardini reali: da fiori e foglie sminuzzati si ricavavano delle polveri che, cosparse sul corpo, contribuivano ad attenuare i cattivi odori.

Ne era grande estimatore Napoleone, tanto da farne l’emblema della famiglia Bonaparte. Ed è proprio con lui che si ritorna a Parma e all’immagine della sua violetta, varietà che mostra caratteri intermedi fra la Viola odorata e la Viola suavis, indissolubilmente legata al nome di Maria Luigia d’Asburgo, la seconda moglie di Napoleone, che divenne duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla tra il 1816 e il 1847.

Maria Luigia d’Asburgo

Un amore di lunga data quello tra la granduchessa e il fiore, che si legge nelle parole che scriveva dal castello di Schönbrunn a una delle sue dame d’onore, prima di giungere in Italia:

“Vi prego, fatemi tenere qualche pianta di violetta di Parma, con le istruzioni scritte per piantarle e farle fiorire; io spero che esse germoglieranno bene, poiché io divengo una studiosa di botanica e sarò contenta di coltivare ancora questo leggiadro piccolo fiore”.

E così, appena giunta a Parma, Maria Luigia cominciò a occuparsi personalmente della coltivazione, sia in città, all’interno dell’orto botanico realizzato appositamente, sia nel giardino della sua residenza estiva a Colorno.

Che la granduchessa amasse il fiore anche come simbolo, è attestato da alcune lettere sulle quali una viola dipinta sostituisce la sua firma. E amava il colore viola, che scelse per i suoi mantelli, per le divise dei suoi valletti e per gli abiti dei suoi cortigiani.

La “Violetta di Parma”

È a lei che si deve la creazione del primo profumo a base di violette coltivate a Parma. Incoraggiò caldamente i frati del convento dell’Annunciata, sostenendoli nelle loro ricerche in campo erboristico. La distillazione dal fiore di violetta e dalle foglie della pianta degli oli essenziali ivi contenuti consentì al frate erborista di ricavare, con un procedimento ancora in gran parte debitore ad antiche pratiche alchemiche, un profumo assolutamente simile a quello delle violette fresche, che prese il nome di “Violetta di Parma”.

I primi flaconi prodotti dai frati erano destinati esclusivamente all’uso personale della duchessa e il segreto della formula fu custodito gelosamente all’Annunciata per decenni, fino al giorno in cui, nel 1870, un imprenditore cittadino, Lodovico Borsari, riuscì a farsela rivelare durante una visita al monastero.

Così Borsari si mise a rielaborare la formula primigenia, ottenendo un’essenza che, a sua volta, chiamò “Violetta di Parma” e che riscosse uno straordinario successo tra le signore della città.

Eccezionalmente attento ad aspetti quali il design, in particolare a quello delle confezioni dei prodotti, Borsari si avvalse della collaborazione di artisti di fama internazionale per lo studio delle linee dei flaconi in vetro e la comunicazione pubblicitaria, realizzando così un’immagine coordinata molto ricercata e unica.

La “Borsari &Co.” era destinata a divenire in breve tempo un punto di riferimento assoluto dell’arte profumiera italiana e ai prodotti a base di violetta, fiore simbolo della società e della città, sarebbe stata a lungo riservata una posizione di rilievo nelle proposte commerciali.

La violetta nel linguaggio dei fiori

Viene associata a concetti quali la timidezza, il pudore e la profondità dei sentimenti. Un tempo regalare un mazzo di violette significava dichiararsi apertamente a una persona. Nell’Ottocento gli uomini più giovani usavano portare all’occhiello della giacca una violetta per indicare di essere in cerca di una moglie. Nel corso degli anni si è affermato un altro significato: chi riceve delle violette in dono sarebbe invitato dall’offerente a serbarlo nei suoi pensieri.