Viaggio con paesaggio: dis-orientarsi per camminare nei nostri luoghi

“Cambiare luoghi, confrontarsi con mondi diversi, essere costretti a ricreare in continuazione i punti di riferimento, è rigenerante a livello psichico, ma oggi nessuno consiglia un’esperienza simile. Nelle culture primitive invece se uno non si perde non diventa grande. E questo percorso viene agito nel deserto, nella foresta, i luoghi sono una specie di macchina attraverso la quale si acquisiscono altri stati di coscienza”
(Franco La Cecla)

Istruzioni per l’uso

Non togliere tempo al tuo camminare per leggere questo testo.
Leggilo invece per riscoprirne il senso.

Ascolta/abita i tuoi passi

TEST

Chiudi gli occhi e ascolta: non il rumore intorno, non il respiro, ma il suono dei tuoi passi. Svuota la mente, percepisci quel gesto così naturale. Ti sembra ovvio?

Eppure ovvio non è.
È un gesto conquistato con fatica, liberando le mani.
All’inizio imprescindibile per cacciare e raccogliere, ha spostato gli uomini in territori sconosciuti, in tracciati casuali, in un camminare che fu ed è “erranza”.
Poi è nato il percorso e con lui il mondo ha iniziato a essere mappato, dunque interpretato. Prima attraverso le mappe di una mentalità nomade, in cui i segni scompaiono, le rotte si appoggiano su tracce invisibili, poi su mappe disegnate da uomini sedentari, composte dalle loro città e le vie per raggiungerle.

L’autore Francesco Careri racconta “Modificando i significati dello spazio attraversato, il percorso è stata la prima azione estetica che ha penetrato i territori del caos costruendovi un nuovo ordine sul quale si è sviluppata l’architettura degli oggetti situati” 1

Ogni volta che compi un passo, lasci una traccia. In quel momento stai agendo sul paesaggio, costruendo una relazione. Il camminare diventa il nostro modo di “abitare il mondo” 2, con cui attraversare, immergersi, riconoscere, familiarizzare, scoprire, amare il proprio paesaggio. Noi entriamo in lui e lui entra in noi.
“Il nostro rapporto con il paesaggio non si esaurisce nello sguardo e nella contemplazione. Implica il corpo e la sua partecipazione sensoriale, si carica di affetti e memoria, diventa un elemento dell’identità”. 3

Mappa nomade e il walkabout

Noi siamo sedentari, spesso nel corpo, di certo nella cultura.
Percorrere lo spazio come facciamo noi, presuppone punti di riferimento stabili, marmorei: asfalti, vie, edifici, indicazioni, …
Cosa capiterebbe se per un attimo fossimo nomadi negli occhi?

“Quello nomade è un infinito vuoto disabitato e spesso impraticabile: un deserto in cui è difficile orientarsi, come un immenso mare in cui l’unica traccia riconoscibile è la scia lasciata dal camminare, una traccia mobile ed evanescente. La città nomade è il percorso stesso”. 4
L’attenzione non è tanto sul punto di arrivo e di partenza, ma è sul percorso. É spazio dell’andare.
Non esistono punti di riferimento stabili, ma solo segni in scomparsa.
Il nomade è capace, diversamente da noi, di formare la propria mappa in ogni istante, la propria geografia in continua mutazione, seguendo il cambiamento del territorio e lo spostamento dell’osservatore. Ogni particolarità geografica è da notare, anche la più piccola. É un riferimento fisico per guidare nel sentiero, ma può anche diventare lo spazio di una storia mitologica, percorso narrativo e aiuto mnemonico in quello del mondo, come il walkabout degli aborigeni, ovvero il sistema di percorsi che le popolazioni australiane hanno usato per mappare un intero continente.
Ogni elemento geografico, e non solo, fa parte di una mappa di camminamenti:
luoghi fisici, ma anche punti cardine di storie che si intrecciano continuamente.
Ogni luogo è narrato in una racconto mitologico che deve essere cantato mentre lo si percorre.
“Ogni via ha un proprio canto e l’insieme delle vie dei canti costituisce una rete di percorsi erratico-simbolici che attraversano e descrivono lo spazio come una sorta di guida cantata”.5

TEST

Sei ancora capace di ricrearti una tua personale mappa nomade di un posto conosciuto? Sei capace di lasciarti meravigliare dal bosco che conosci, perderti nei tuoi borghi e nelle tue città?

Elogio all’erranza

Ancora prima della mappatura nomade, il percorso erratico paleolitico è vissuto di casualità, in balia degli eventi. Seguendo prede o raccogliendo cibo, i nostri antenati hanno dovuto imparare a costruire sentieri.
Se il nomadismo si sviluppa spesso in percorsi ciclici – quindi conosciuti – e prevede un ritorno, l’erranza si muove nell’ignoto. Solo con il tempo, dando nomi all’ambiente circostante, si familiarizza con esso: “Il camminare produce luoghi”. 6

Dopo le “escursioni urbane nei luoghi banali della città” 7 di Dada e la “deriva lettrista” dove “l’altrove è ovunque, anche a Parigi, l’esotico è sempre a portata di mano, è sufficiente perdersi ed esplorare la propria città” 8, il percorso è entrato a pieno titolo nei nostri luoghi.
Le nostre città, i nostri ambienti possono trasformarsi in un paesaggio forse nuovo, forse da riscoprire, forse inaspettato.

“Non sapersi orientare in una città non vuol dire molto. Ma smarrirsi in essa, come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare. Ché i nomi delle strade devono suonare all’orecchio dell’errabondo come lo scricchiolio di rami secchi e le viuzze interne gli devono rispecchiare nitidamente come le gole montane”.9

Buona erranza

Fonti:
“Mindscapes. Psiche nel paesaggio” Vittorio Lingiardi (Raffaello Cortina Editore, 2017)
“Walkscapes. Camminare come pratica estetica” Francesco Careri (Einaudi, 2006)

Note:
1 da “Walkscapes. Camminare come pratica estetica”, pag. 4
2 da “Walkscapes. Camminare come pratica estetica”, pag. 4
3 da “Mindscapes. Psiche nel paesaggio”, pag. 23
4 da “Walkscapes. Camminare come pratica estetica”, pag. 18
5 da “Walkscapes. Camminare come pratica estetica”, pag. 26
6 da “Walkscapes. Camminare come pratica estetica”, pag. 28
7 da “Walkscapes. Camminare come pratica estetica”, pag. 45
8 da “Walkscapes. Camminare come pratica estetica”, pag. 72
9 Walter Benjamin da “Walkscapes. Camminare come pratica estetica”, pag. 44