Viaggio con paesaggio: la via, errore ed errare

Istruzioni per l’uso

Sii viaggiatore e non turista.
Pensieri in libertà per ragionare sul concetto di via, per stare sempre in ascolto dei peaseggi, interiori ed esterni.

La “Via”

Prima che essere un oggetto, è un concetto: è il luogo dell’andare, del percorso per eccellenza (> Viaggio con paesaggio: dis-orientarsi per camminare nei nostri luoghi), è il collegamento tra il qui e l’altrove, è lo spazio delle infinite possibilità, dell’errare e dell’errore.
Per definire una strada, o per percorrerla, si ha bisogno di orientamento, di punti cardinali che, secondo il mito germanico della creazione, erano custoditi da quattro nani: Norðri, Suðri, Austri e Vestri.

Il Nord (Norðri) e il punto di origine

Dal mondo dell’erranza e del nomadismo, dove, più che strade e vie, esistono percorsi, nasce il Menhir, il primo “oggetto situato”1 nello spazio, simbolo denso che rappresenta “la prima azione umana di trasformazione fisica del paesaggio”2 e che aveva probabilmente una funzione “di orientamento territoriale facilmente intelleggibile per chi ne conosceva il linguaggio: una sorta di guida scolpita nel paesaggio che conduceva a destinazione il viaggiatore, portandolo da un segnale all’altro lungo le rotte intercontinentali”.3
I Menhir trasformano il percorso in tracciato, dando forma alla strada e alla via.
In questo senso sono gli antenati delle Hermae greche e romane: statuette, simulacri di Hermes/Mercurio, poste lungo le strade, i crocevia, i confini delle proprietà e davanti alle porte come protezione.
La via, il quadrivium, è infatti pericolosa:  è necessaria una divinità che protegga il camminare del viandante e del viaggiatore, perché regno delle diverse, o forse infinite, possibilità di futuro. Lì “Edipo era incappato nel suo destino incestuoso”.4

Consigli di viaggio
Immaginando che Orticolario sia al centro di una bussola, punta a Nord
per incontrare artigiani, vivaisti, progettisti lungo la strada.
> Nord

Il Sud (Suðri) e la perdita del sè

La strada è connessa simbolicamente e concretamente al viaggio.
Seguire la strada, avere una via battuta è rasserenante, è per antonomasia il viaggio in sicurezza. E cosa succede quando si perde la strada? Nessuno ora lo consiglierebbe, ma sorprendentemente è in realtà il senso stesso del viaggio: errare ed errore.
“Alla base del viaggio vi è spesso un desiderio di mutamento esistenziale. Viaggiare è espiazione di una colpa, iniziazione, accrescimento culturale, esperienza: «La radice indoeuropea della parola ‘esperienza’ è PER, interpretata come ‘tentare’, ‘mettere alla prova’, ‘rischiare’, connotazioni che persistono nella parola ‘pericolo’. Le più antiche connotazioni di prova di PER compaiono nei termini latini per l’esperienza: experior, experimentum. Questa concezione dell’esperienza come cimento, come passaggio attraverso una forma di azione che misura le dimensioni e la natura vere della persona o dell’oggetto che lo intraprende, descrive anche la concezione più antica degli effetti del viaggio sul viaggiatore (…). L’idea profondamente radicata che il viaggio sia un’esperienza che mette alla prova e perfeziona il carattere del viaggiatore, risulta chiara nell’aggettivo tedesco bewandert, che oggi significa ‘sagace’, ‘esperto’ o ‘versato’, ma che originariamente (…) qualificava semplicemente chi aveva ‘viaggiato molto’»”5.
Così perdersi diventa sinonimo di crescita: nella fiaba lo smarrirsi nella foresta è un topos letterario essenziale nel cambiamento dell’eroe perché ‘crescere’ è inteso come presa di coscienza della propria capacità di affrontare da soli i pericoli e le difficoltà, ma anche il caos di un luogo senza punti di riferimento, per poi, più che mai, fondare un proprio sentiero, una propria via nel mondo.

Consigli di viaggio
Perditi per poi ritrovarti, lascia il tuo paesaggio e i tuoi luoghi, scegli la tua strada.
Seguendo la bussola, ora vai verso Sud per nuovi incontri.
> Sud

L’Est (Austri) e il tracciato fondativo

É chiaro che per perdersi bisogna tracciare una zona oltre la quale ci si perda. Questo gesto significa tracciare un limite, un confine, quello che per i Romani è il limen di fondazione della propria città.
Il limen è la traccia fatta sul terreno dei fondatori dell’urbe, il confine. All’interno c’è il conosciuto, la casa, la città, fuori c’è l’ignoto, il selvatico, ci sono l’errare e l’errore. É la soglia, è il limite, ma anche la strada che delimita i confini.
Così per i Romani la strada non è la via: “le vie (viae) erano le strade extraurbane che partivano da Roma, e le strade urbane (strata), cioè fatte a strati, erano quelle all’interno dei centri abitati”.6
La via, dove si può incontrare l’ignoto, l’errore, lo smarrimento, ha il proprio punto di partenza dal proprio confine, ed è diversa dalla strada che ne rimane all’interno.

Consigli di viaggio
Fondare “É un gesto carico di conseguenze. E anche di pericoli”7. Rischiando di perdere l’orientamento, guarda al sole dell’alba, per tracciare il tuo limen.
Sulla bussola di Orticolario vai verso Est per nuovi incontri.
> Est

L’ovest (Vestri) e il sonno

Il nostro modo di vivere nel e con il paesaggio non corrisponde a quello che è in realtà il nostro modo di fruirlo.
“Il ‘paesaggio’ non è solo quella porzione di natura che si mostra ai nostri occhi. É il luogo invisibile in cui mondo esterno e mondo psichico si incontrano e si confondono, inaugurando nuovi confini. Per vedere un paesaggio dobbiamo averlo già ‘sognato’. Per toccarlo ed essere toccati, ci ha insegnato Emily Dickinson, basta una finestra”.8
La nostra relazione con il paesaggio si forma percorrendolo in cammino, mappandolo e riconoscendolo, fondando una nostra “casa” , uscendo verso l’avventura o il pericolo dell’ignoto, per poi ricominciare, ma ancora più profondamente, e forse ancora prima, attraverso i paesaggi interiori nei nostri sogni e nei nostri mindscapes.
Per questo, nell’incontro di nuovi luoghi, prima di fruirli o fotografarli, dovremmo concedere loro di attecchire nei nostri sogni, di comunicarci come se il loro genius loci ci parlasse:
“Si tratta qui dell’estraneità di un luogo. L’estraneità promette apparizioni, ambiguità, spavento, confusione, pericolo. Così il paramo, la distesa, a mezza montagna, dei cespugli battuti dal vento freddo delle Ande, è per gli Indios Quechua, della zona di Cayambe in Ecuador, il luogo in cui è più facile essere vittime di un espanto, un contagio dei luoghi, una malattia dell’anima e del corpo, uno spavento che ti si attacca, una tristezza, melanconia, un malanno che va curato con pratiche particolari dai curanderos locali”.9
Per tornare a casa da slowthinker, ovvero da viaggiatore e non da turista. Per trasformare una geografia incontrata in un vero e proprio mindscape, fatto di punti cardinali personali, di venti e confini simbolici, di orizzonti archetipici.

Consigli di viaggio
Segui la bussola in direzione Ovest
per ritornare a casa con un patrimonio di paesaggi, sognati prima o da sognare dopo.
> Ovest

Fonti:
“Mindscapes. Psiche nel paesaggio” Vittorio Lingiardi (Raffaello Cortina Editore, 2017);
“Walkscapes. Camminare come pratica estetica” Francesco Careri (Einaudi, 2006);
“Camminando a testa in giù: vagare, girovagare, divagare. Una metodologia di lettura dello spazio della strada” Marianna Ascolese (Università degli Studi di Napoli “Federico II” – DiARC, Dipartimento di Architettura, 2017);
“Perdersi. L’uomo senza ambiente” Franco La Cecla (Meltemi, 2020)

Note:
1 da “Walkscapes. Camminare come pratica estetica”, pag. 28
2 da “Walkscapes. Camminare come pratica estetica”, pag. 30
3 da “Walkscapes. Camminare come pratica estetica”,pag. 31
4 da “Walkscapes. Camminare come pratica estetica”, pag. 31
5 da “Walkscapes. Camminare come pratica estetica”, pag. 21
6 da “Camminando a testa in giù: vagare, girovagare, divagare. Una metodologia di lettura dello spazio della strada”, pag. 21
7 da “Perdersi. L’uomo senza ambiente”, pag.28
8 da “Mindscapes. Psiche nel paesaggio”, pag. 225
9 da “Perdersi. L’uomo senza ambiente”, pag. 22